11 gennaio 2011

E come limite...le Stelle!


“Da qui cominciano i ricordi: io con te dentro volo e tu mi sentirai passare. Se devi andare, vai, fai prima che puoi. No, non ti voltare. Da qui fotografo i ricordi…”
Insiste Biagio Antonacci con le sue parole quasi ciniche per me, con cui prolunga la distanza da quegli attimi che fuggono e che non si possono più vivere.
Non ci credevo all’amicizia tra uomini e donne, sai? Credevo non fosse possibile. Credevo che, prima o poi, uno si sarebbe innamorato dell’altra e, allora, tutto sarebbe andato distrutto, annientato con una semplicità unica. Poi ho conosciuto loro e ogni mio minimo pensiero non poteva che essere smentito da una realtà che negava tali preconcetti mentali. Eppure il presente è ricoperto di foto. Foto in cui siamo impressi tutti e tre, io nel mezzo, Stella sfavillante di una luce che solo loro riuscivano a regalarmi con la semplice presenza al mio fianco, custodendomi come qualcosa di prezioso, qualcosa che non avrebbero mai e poi mai rischiato di far rompere, nonostante quella crudele vita mi avesse ricoperta di crepe: temevo che da lì a breve mi sarei sbriciolata come un vaso di terracotta, ma no, non me l’avrebbero mai permesso. Loro erano lì, sempre pronti a cogliere ogni Stella cadente, capaci di farmi rimbalzare a tal punto da ritornare lassù, al mio posto: esistevano perché senza di loro io non avrei potuto farcela.
Lo avrai capito ormai, il mio nome è Stella. Non ne sono mai stata soddisfatta, loro sì, dicevano che ispira fascino, femminilità, delicatezza. A me, invece, puzza di egocentrismo e presunzione. Il nome è un marchio che sei costretta a portare sempre addosso, parla di te, ti racconta con un solo termine. Ne esistono svariati e belli, perché proprio Stella? Non mi rappresenta. I miei genitori hanno deciso di rendermi intoccabile, di farmi sentire al sicuro da tutto e da tutti, sempre al di sopra per poter valutare dall’alto le situazioni della vita, per proteggermi dalle insidie delle persone, ma un nome non basta. Con chi comprendeva questa mia paranoia, c’abbiamo spesso ironizzato su: volevano diventare “Stelle” anche loro. Che buffi! Alessandro e Stefano.
Ma ora comincio, dai, parto dall’inizio o forse da metà, però non dalla fine, quella no, mi fa paura pensare che ci sia un termine a ogni cosa. La odio nei film, nella vita reale non oso immaginare quanto potrebbe risultare straziante. Parto da un sonno, un sonno profondo che non mollava la presa: Morfeo s’era impossessato di me, mi aveva resa sua; un sonno durato quasi sei mesi; un sonno giunto così, come per magia, una magia nera, atroce e feroce. Neppure allora m’hanno lasciato sola, nemmeno quando tutto sembrava perso e si credeva che non ci sarebbe mai più stato un mio risveglio. Poi, in una notte come tutte le altre, ma solo apparentemente, dentro me è avvenuto qualcosa. Non so spiegare cosa o come fosse, so solo che da allora ho ricominciato tutto da capo e, come per miracolo, di quella dormita gli unici segni che portavo erano psicologici. I miei occhi hanno rivisto la luce e, tornando a casa, dopo mesi di nero totale, una scritta azzurra come il cielo mattutino intingeva il muro di fronte la finestra della mia stanza, sincera e sicura, orgogliosa e fiera di sé: “E come limite…le Stelle!”
Un altro ostacolo superato forse proprio grazie alla loro costanza, al loro esserci, al loro continuo raccontarsi e raccontarmi anche se, da parte mia, non notavano risposte, ma persistevano, non mollavano. Non è stato semplice a diciannove anni svanire nel nulla e ritornare così, nel buio di una notte che la speranza dei miei occhi non sapeva come affrontare. Passo dopo passo, accompagnata da quegli abbracci da cui mi sono lasciata trasportare, abbiamo ripreso a camminare insieme e, insieme, siamo andati avanti. Ci aspettavano ulteriori "bastoni tra le ruote", nuove difficoltà. Ricordo che una di quelle si chiamava Marika: una tipa strana che si era fidanzata con Ale. Lui dolce e tenero, dalla battuta sempre pronta, lui che aveva il sole dipinto sul volto, in quel periodo non esisteva più, intrappolato in una relazione di pochi mesi che a me sono sembrati un’eternità. Era diventato succube di Marika, viveva in funzione di ogni suo gesto, intrappolato nella sua ombra. Lei gli impediva di vederci e sentirci e lui, lui l’amava e, allora, mi sono messa da parte, ma quella situazione non la sopportavo, era troppo. Dopo un po’ anche lui si è svegliato da quell’assopimento, ha mollato una storia utile solo ad autodistruggersi e, finalmente, è tornato in sé. Il suo sorriso non era ancora pieno come il mio, ma quella sofferenza si sarebbe affievolita col vento e il tempo: insieme avremmo trovato la forza per raggiungere il sole che si affacciava all’orizzonte.
E poi Stefano, lui e la sua bellezza travolgente, lui e le sue ammiratrici segrete e non, le sue storie da una notte e poi basta. Lui e le sue strane filosofie di vita, lui e il suo carattere possessivo, geloso quasi come un fratello maggiore ma, prima di tutto, grande amico, custode di una Stella che non avrebbe fatto inciampare tra le grinfie di chi la pensava come lui. Per una storia finita male, un amore non ricambiato e tenuto sul filo di un rasoio per anni e anni, aveva deciso che avrebbe trattato come uno zerbino qualunque ragazza gli si fosse avvicinata, ripagandola con la stessa moneta con cui era stato barattato lui in precedenza. Stupide reazioni, inutili, eppure ci credeva. Ma non ne posso più, non mi va di parlarne ancora al passato, perdonami, li sento ancora, sono qui vicini a me, sono presenti. E al presente coniugherò il verbo che ne parlerà.
Ritorno a un altro giorno, sono trascorse tre settimane da allora, ventuno inutili e stupidi giorni, ma sembra ieri. Mantengo la promessa, quel che sembra ieri, lo tramuto in oggi. E’ sabato sera, la fine di una settimana, l’inizio di un’altra. C’è qualcosa nell’aria che mi dà la certezza che non sarà per niente semplice da affrontare. Abbiamo deciso di uscire, noi tre, soli, alla ricerca di un universo che, relativamente, davvero conquisteremo. Mi vesto, aggiungo un po’ di trucco in viso tentando la perfezione, ma più provo ad avvicinarmi, più temo si stia allontanando da me, allora lascio tutto al naturale, non mi nascondo dietro a una maschera, non riuscirei a calzarla adeguatamente. Un colpo di clacson mi riporta al presente. Mi sbrigo, metto le scarpe, prendo la borsa e mi travolgo giù. Salgo in macchina e ritrovo i miei due grandi uomini, belli come sempre, forse più che mai. Mi faccio trasportare da quella strana magia, non chiedo nulla, lascio decidere cosa fare e dove andare: qualsiasi cosa sceglieranno andrà benissimo. A suon di musica, girovaghiamo alla ricerca di chissà cosa. Optiamo per una pizza veloce, accompagnata dalle nostre solite confidenze e qualche pettegolezzo, poi visitiamo un pub, ma prediligiamo quattro passi sul lungomare, circondati dalla tranquillità, da un sapore che non sarà più lo stesso.
Si fa presto tardi, che strano gioco di parole! Vola il tempo insieme a loro. Torniamo in macchina prefissandoci come meta le nostre case. La strada è lunga, ma non è da noi perderci d’animo.
Mi arriva un messaggio, cerco il cellulare in borsa e leggo. Sorrido tra me e me per quello che c’è scritto e poi sollevo lo sguardo per rendere partecipi anche loro. 
Non vedo più niente, nulla. Solo una luce accecante che m’impedisce di capire. Un faro ci abbaglia e poi uno scontro, un fracasso terribile, un rumore atroce. Vuoto, vuoto totale, più buio della pece. La macchina si trita dentro sé. Io mi sento stringere, non so da cosa, ma sento e, se sento, significa che ci sono, anche se intrappolata, ma ci sono. Chiamo loro. Stefano. Alessandro. 
Niente. Non un sussurro, non un respiro. Silenzio. E in quel silenzio sprofondo. Qualcuno chiama i soccorsi e presto arrivano. Ci tirano fuori da quella maledetta macchina. Li guardo, quei corpi abbandonati al nulla, li abbraccio, li stringo, ma non una risposta, non un gesto, niente di niente. E io non posso crederci, io non voglio crederci. No, non devo crederci. Continuo a fissarle, avvolta dal terrore, quelle due anime, e la mia si frantuma. Mi volto verso i medici che, come di risposta a una domanda immaginata, scuotono la testa. Scuotono la testa e i miei due amici non ci sono più. Sanguinanti, graffiati, feriti. E io, sana e salva, mi hanno protetto ancora.
Gli occhi miei, pieni di lacrime, rigettano al mondo un urlo disperato, straziato da un dolore che non riescono a sopportare. Un urlo che irrompe il vuoto. Cado a terra, con la testa fra le mani sporche di impotenza, arrabbiata con l’universo, con la stupidità umana di un uomo che ha passato la sera a ubriacarsi e poi s’è messo alla guida. Per colpa sua Alessandro e Stefano hanno perso la vita. E chi li farà tornare indietro? Chi rimedierà al suo errore? Chi me li restituirà? Chi? 
Alzo gli occhi al cielo, prego quel Signore grande perché sia tutto un incubo, ma l’unica risposta che mi dà è una luce. Una luce divisa in due. Due Stelle che brillano più di tutte le altre.

2 commenti:

Giusy ha detto...

Complimenti Jessica, hai la capacità di far immedesimare in pieno i lettori nei tuoi protagonisti, davvero complimenti, mi hai commossa.

Jessica Mastroianni ha detto...

Giusy, è un onore per me! Grazie davvero! :D

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