12 novembre 2010

Utopie, chimere, ideali, abbagli


L’ho incrociato per strada il mio destino. Mi ha chiesto in favore una possibilità. Io andavo di fretta, ma ho deciso di dargli ugualmente ascolto per provare a capire dove volesse arrivare. Gli avrei dovuto rinfacciare un po’ di conti rimasti in sospeso, un po’ di promesse non mantenute. Invece no, gli ho concesso la mia attenzione anche se poi mi sono resa conto che non voleva niente da me, se non farmi perdere tempo prezioso.
Voleva riempire i miei pensieri di utopie che non mi avrebbero portato da nessuna parte, chimere, ideali, abbagli che mi avrebbero accecato a tal punto da dover affrontare con una benda sugli occhi ogni altro mio giorno.
Sapevo che, se avessi abbassato le difese per un istante, mi avrebbe inghiottita in un sol boccone. Ma ero sicura di essere abbastanza forte da non cascarci ancora, da non perdermi in una bugia, invece quella barriera di certezze ha fatto presto a sgretolarsi e diventare sabbia. Fino ad allora ho sempre aspettato lui, il destino. Sempre a lui ho messo in mano la mia vita. Ora ho capito che è un po’ un bugiardo e non so se è giusto concedergli un’altra chance. Non so se confidare ancora in lui. Lui che sembra l’artefice di tutto. Lui che crediamo dia un senso ad ogni situazione. Lui che ci illudiamo sia la giustificazione ad ogni circostanza, invece si diverte a giocare con noi come pedine del domino.
“Era destino! Doveva andar così!”
Quante volte ripetiamo questa stupida frase che riusciamo a plasmare ad ogni eventualità? Quante volte gli attribuiamo forme che non ha realmente?
Non è destino. Siamo noi.
Io non lo so se è vero che è tutto scritto da qualche parte e che si sa già come finirà. Non lo so se possiamo fare qualcosa per ostacolarlo oppure dobbiamo piegarci alla sua volontà prestabilita. So solo che in alcuni momenti sembra davvero che possiamo gestirle noi quelle pagine che appaiono come vestite d’inchiostro.
Sembra che sia tutto nelle nostre piccole mani che riescono, con poco, a costruire universi infiniti. E allora che sia il destino o che siamo noi, non importa.
Importa costruire. Importa dare un senso, non cercarlo.
Importa assaporare le fragranze che, per distrazione, rischiamo di ignorare e che ci fanno perdere il meglio.
Perché il meglio c’è. C’è sempre. Dobbiamo solo imparare a riconoscerlo.

2 commenti:

Marcello Affuso ha detto...

"So solo che in alcuni momenti sembra davvero che possiamo gestirle noi quelle pagine che appaiono come vestite d’inchiostro." :-)

Tommy Tommy ha detto...

hai ragione cara jè, spesso usiamo impropriamente questo termine per scusarci in maniera quantomeno codarda(primaditutto verso noi stessi e poi anche verso gli altri), di una situazione che è finita male..la realtà è che spesso è molto comodo e facile pensare che le cose abbiano preso una certa piega solo perchè dovevano andare così...guardiamoci dentro altrochè..e poi dagli errori cerchiamo di costruire qualcosa di bello e nuovo:)
ah ti ricordo che mi devi ancora fare sapere per la tua eventuale partecipazione alle prossime prove:P (venedi prossimo)...

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